Stalking

La Suprema Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sul reato di stalking con la sentenza n. 22194/2017, specificando che ciò che importa, ai fini dell’integrazione del reato di atti persecutori,  è la corretta individuazione, da parte del Giudice, dell’influenza della condotta del reo nello stato psicologico della vittima:  occorre considerare il significato e le conseguenze emotive della costrizione sulle abitudini di vita e non la valutazione, puramente quantitativa, delle variazioni apportate.

Nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione, all’imputato era stato contestato di aver cagionato alla vittima un perdurante e grave stato di ansia e timore per la sua incolumità e per quella dei suoi prossimi congiunti con lei conviventi, inviandole numerosi SMS ingiuriosi, aggredendola sia fisicamente che verbalmente, presentandosi presso la sua abitazione nottetempo, suonando insistentemente al citofono.

Per la Corte bastano anche due sole delle condotte tra quelle descritte dall’art. 612-bis c.p., come tali idonee ad integrare la fattispecie prevista dalla norma incriminatrice.

Il delitto, inoltre, è configurabile anche quando le singole condotte poste in essere siano state poste in essere in un arco di tempo piuttosto limitato purché le stesse influiscano sullo stato psicologico della vittima.

Nel caso in esame, l’uomo ha posto in essere una serie di condotte moleste, violente e ingiuriose in danno della ex convivente. Sebbene nel capo di imputazione siano contestati solo due dei suddetti episodi, con una limitazione temporale tra il mese di marzo e il 20 maggio 2014, ciò è sufficiente a configurare il reato di atti persecutori.