Quando l’INPS paga al posto dell’azienda e quando il mancato pagamento della retribuzione legittima le dimissioni per giusta causa e l’indennità di disoccupazione involontaria

Pochi sanno che, qualora il datore di lavoro non paghi il TFR e le ultime tre mensilità, il lavoratore può fare richiesta di pagamento all’Inps .

E’, dunque, interessante, sapere quando l’Ente paghi al posto dell’azienda.

Le legge distingue a seconda che il datore di lavoro sia stato sottoposto a una procedura concorsuale ovvero che il medesimo non adempia, in caso di risoluzione del rapporto di lavoro, alla corresponsione del trattamento dovuto o vi adempia in misura parziale.

Nel primo caso, relativo a datore di lavoro che sia un imprenditore commerciale soggetto alle procedure esecutive concorsuali, il pagamento da parte del Fondo è subordinato a tre requisiti:

  • l’avvenuta cessazione del rapporto di lavoro;
  • l’inadempimento del datore di lavoro per l’intero credito inerente al trattamento di fine rapporto o per una sua parte;
  • l’insolvenza del medesimo datore

Nel caso in cui, invece, l’imprenditore non sia assoggettabile al fallimento, per esempio per le sue condizioni soggettive, occorrerà che  il lavoratore dimostri, attraverso l’esperimento di “un’azione esecutiva, che deve conformarsi all’ordinaria diligenza e che sia esercitata in modo serio ed adeguato“, l’insufficienza totale o parziale delle garanzie patrimoniali del datore di lavoro inadempiente, coerentemente con il disposto dell’art. 2740 c.c..

La Cassazione ha fornito un’esatta interpretazione della L. n. 297 del 1982, art. 2, comma 5, che prevede: “Qualora il datore di lavoro, non soggetto alle disposizioni del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, non adempia, in caso di risoluzione del rapporto di lavoro, alla corresponsione del trattamento dovuto o vi adempia in misura parziale, il lavoratore o i suoi aventi diritto possono chiedere al fondo il pagamento del trattamento di fine rapporto, semprechè, a seguito dell’esperimento dell’esecuzione forzata per la realizzazione del credito relativo a detto trattamento, le garanzie patrimoniali siano risultate in tutto o in parte insufficienti. Il fondo, ove non sussista contestazione in materia, esegue il pagamento del trattamento insoluto“.

L’interpretazione data alla norma dalla Cassazione, deriva dalla facoltà, indicata dalla direttiva comunitaria ai legislatori nazionali, di assicurare la tutela dei lavoratori anche nei casi di insolvenza accertati con modalità e in sedi diverse da quelle tipiche delle procedure concorsuali. Tale interpretazione assicura una copertura assicurativa al lavoratore qualora non sia stato possibile accertare il credito in sede fallimentare, per esempio, anche nei casi di  chiusura anticipata del fallimento.

Inoltre, l’esigenza di tutelare il lavoratore, si concilia con la finalità del legislatore del 1982, che, mediante l’istituzione di un Fondo di garanzia dell’Inps, ha inteso compensare la peculiarità della disciplina del t.f.r. – in cui il sistema degli accantonamenti fa sì che gli importi del lavoratore vengano trattenuti e utilizzati dal datore di lavoro – con la previsione di una tutela certa del credito, realizzata attraverso modalità garantistiche e non soggetta alle limitazioni e difficoltà procedurali previste, invece, per la tutela delle ultime retribuzioni (ai sensi del D.Lgs. n. 80 del 1992).

Dunque, Il lavoratore potrà attivarsi per come previsto dalla L. n. 297 del 1982, art. 2, comma 5, dimostrando di avere esperito infruttuosamente una procedura di esecuzione e, nel caso in cui sussista la possibilità di altre azioni esecutive, di avere esperito tutte quelle che, secondo l’ordinaria diligenza, si prospettino fruttuose.

E’ opportuno, inoltre, ricordare come il mancato pagamento dello stipendio da parte del datore di lavoro, sia una delle cause che consentono al lavoratore di dimettersi per giusta causa, senza obbligo di preavviso, come previsto dal CNNL, ed ottenere così lo stato di disoccupazione non imputabile al lavoratore con la possibilità di richiedere ed usufruire, qualora ne avesse i requisiti, dell’indennità di disoccupazione.

Al lavoratore, inoltre, che si dimette per giusta causa spetta l’indennità sostitutiva di preavviso, come se fosse stato licenziato dal datore di lavoro.

Per ottenere l’indennità per disoccupazione involontaria generata dal mancato pagamento della retribuzione, il lavoratore, deve dimostrare all’INPS, la giusta causa allegando alla domanda di disoccupazione, da presentare per via telematica, la documentazione relativa a diffide, denunce, citazioni, ricorsi e sentenze, attivate nei confronti del datore di lavoro e dalle quali emerge la sua volontà a difendersi.

Per questo motivo, è importante che il lavoratore si affidi ad un legale rappresentante che possa aiutarlo a compilare la documentazione da inviare all’INPS per procedere al riconoscimento delle dimissioni per giusta causa e dell’indennità di disoccupazione. Dal canto suo, il lavoratore è tenuto a informare l’Inps sull’esito della controversia giudiziale o extragiudiziale attivata nei confronti del datore di lavoro, perché nel caso in cui al lavoratore non fosse riconosciuta la giusta causa delle dimissioni, l’Inps procederà al recupero delle somme corrisposte al lavoratore come indennità di disoccupazione.

La Cassazione non riconosce le dimissioni per giusta causa del lavoratore in caso di mancato pagamento dello stipendio, se tale inadempimento è accettato implicitamente dal lavoratore per troppi mesi. Nello specifico, la Legge afferma che non aver ricevuto un solo stipendio per riconoscere le dimissioni per giusta causa non basta ma è altrettanto vero che sei mesi di mancata retribuzione è un’accettazione implicita dell’inadempimento, per cui per dimettersi con giusta causa, occorre il non aver percepito almeno altre due retribuzioni.

Di seguito, la procedura da seguire.

Raccomandata a/r inviata al datore di lavoro, di diffida al pagamento degli emolumenti spettanti entro 7 giorni dalla notifica della lettera, e costituzione in mora del debitore ai sensi dell’articolo 1219 del codice civile.

Presentazione delle dimissioni per giusta causa con atto scritto e motivato in ragione della mancata corresponsione degli stipendi e della precedente costituzione in mora rimasta senza esito positivo.

Entro 30 giorni dalla presentazione delle dimissioni, invito del datore di lavoro, con raccomandata a/r notificata al lavoratore dipendente, a convalidare le dimissioni presso la direzione territoriale del lavoro o il centro per l’impiego (ovvero in sede sindacale).

Entro 7 giorni ci si reca presso i suddetti istituti per la convalida delle dimissioni per giusta causa. Nel caso in cui il/la lavoratore/trice non proceda alla convalida entro 7 giorni dalla ricezione dell’invito del datore di lavoro, il rapporto di lavoro si intende risolto.

Presentazione di un ricorso al tribunale del lavoro per chiedere l’emissione di un decreto ingiuntivo per il recupero degli stipendi non riscossi (occorre l’assistenza di un avvocato).

Emissione dell’ingiunzione di pagamento e inizio dell’esecuzione forzata nei confronti del beni del datore di lavoro.

Richiesta dell’indennità ASPI per dimissioni per giusta causa, a mezzo dell’apposito modulo (puoi rivolgerti ad un CAF).

Meglio rivolgersi ad un’ avvocato per attivare tutte le  procedure, non solo quelle di recupero del credito, diffide, ingiunzioni di pagamento, ovvero, ma anche quelle relative alla comunicazione di dimissioni per giusta causa e alla messa in mora; nonché per tutte le attività  volte alla produzione di documenti utili al riconoscimento delle dimissioni per giusta casa e dell’indennità disoccupazione, da presentare tramite istanza al Fondo di Garanzia dell’INPS.