Sull’improcedibilità del ricorso per omessa impugnazione del provvedimento conclusivo di una procedura ad evidenza pubblica

L’onere tassativo di procedere all’impugnazione della graduatoria finale sottende una ragione logica, ancor prima che giuridica. La parte ricorrente che intende partecipare a una selezione pubblica ormai conclusa vedrà soddisfatto il proprio interesse soltanto attraverso l’esclusione di un altro soggetto già collocatosi in seno alla graduatoria di merito.

Il provvedimento conclusivo della procedura selettiva, dotato di un’alta ancorché immediata portata lesiva, deve necessariamente soggiacere al gravame, poiché solo il suo annullamento può condurre all’esito auspicato dal ricorrente escluso o comunque non aggiudicatario.

La pronuncia prende le mosse da una vicenda sorta nel lontano 2009 quando l’ente fiera di Bologna indiceva una procedura di selezione volta a “reclutare”, in qualità di espositori, gli operatori attivi nel campo dell’arte contemporanea interessati a parteciparvi.

Il preliminare di gara conteneva tutte le indicazioni necessarie a favorire l’inoltro delle richieste di partecipazione e dei progetti, le condizioni di ammissione, nonché i criteri di selezione dei candidati. Al fine di assicurare all’evento fieristico “un livello qualitativo sempre maggiore e in linea con le più prestigiose fiere europee di arte moderna e contemporanea”, il bando disponeva l’intervento di un Comitato Consultivo incaricato di valutare le proposte e di redigere la lista delle gallerie invitate a partecipare alla Fiera e una ista nella quale inserire i nominativi degli operatori eventualmente invitati a partecipare all’evento laddove le adesioni pervenute non fossero state sufficienti a ricoprire tutti gli spazi espositivi resi disponibili.

Il legale rappresentante della Società Afa, avendo partecipato con esito sfavorevole alla selezione, proponeva ricorso al T.A.R. impugnando soltanto la propria esclusione dalla procedura.

Il T.A.R. Bologna con sentenza resa nel novembre 2009, dichiarava il difetto di giurisdizione del Giudice Amministrativo adducendo, a sostegno della propria tesi, l’impossibilità di riconoscere all’Ente intimato i requisiti tipici dell’organismo di diritto pubblico “e, quindi, come amministrazione aggiudicatrice e riconducendo l’attività svolta nell’ambito dell’attività privatistica con conseguente giurisdizione del G.O.”.

Avverso tale pronuncia, il legale rappresentante della società Alfa proponeva appello al Consiglio di Stato che, con sentenza resa nel 2011, rigettando la sentenza del Giudice di prime cure, accogliendo la tesi l’Ente Fiera nell’alveo delle “Amministrazioni aggiudicatrici”, asserviva l’intera procedura alle norme di rango pubblicistico, con la conseguente cognizione del Giudice Amministrativo.

Quindi, si riassumeva la questione innanzi al T.A.R. che con una pronuncia di mero rilevava l’inammissibilità del ricorso atteso che “il ricorrente avrebbe dovuto impugnare, oltre al provvedimento di esclusione, anche l’esito della procedura, ossia la lista degli ammessi alla manifestazione, contestualmente stilata come previsto dal bando che ha indetto la procedura e come comunicatogli con la nota di esclusione, procedendo altresì alla notifica del ricorso introduttivo ad almeno un controinteressato, ai sensi dell’art. 41, comma 2, c.p.a. e provvedendo successivamente a integrare il contraddittorio…”.

Avverso la sentenza del Tribunale Amministrativo veniva proposto appello., L’appellante considerava pienamente irrilevante, ancorché illegittimo, il ragionamento seguito dal T.A.R. in primo grado e, nella specie, che si potessero a lui ricondurre specifici oneri impugnatori, tipici del procedimento per la conclusione dei contratti pubblici, al cospetto di un Ente che nulla aveva provveduto a comunicare, operando al di fuori dei rigidi canoni normativi dettati in materia di appalti.

Il Consiglio di Stato, investito della questione, definiva finalmente la controversia esaminando congiuntamente i motivi di ricorso e dichiarava l’infondatezza dell’appello proposto condividendo le osservazioni portate avanti in primo grado dal T.A.R., peraltro già fatte proprie nella precedente sentenza che aveva statuito sulla giurisdizione amministrativa.

Ritenendo che “L’ente appellato ha dato corso, in vista dell’assegnazione degli spazi fieristici a una procedura di evidenza pubblica finalizzata a selezionare le gallerie meritevoli di essere ammesse alla manifestazione, sulla base delle loro proposte espositive da presentare alla rassegna”, all’uopo evidenziando “l’adesione a un modello procedimentale che reca, quantomeno in nuce i tratti essenziali dell’evidenza pubblica”.

l’Ente infatti: 1) aveva predisposto un avviso (equiparabile a un bando di gara) contenente le indicazioni utili per la presentazione della domanda; 2) aveva predeterminato i criteri selettivi, affidando a un Comitato Consultivo lo scrutinio delle schede tecniche di ammissione; 3) aveva previsto, a conclusione dei lavori, la redazione di due liste di candidati ammessi, cui avrebbero fatto séguito le rituali comunicazioni di invito e di esclusione definitiva dalla competizione.

Ad avviso del Collegio, dal riferimento specifico alle “due liste” contenuto nell’avviso si evince a chiari tratti che i posti disponibili sarebbero stati limitati e che, dunque, gli espositori “invitati” e quelli “in lista di attesa” sarebbero stati qualificabili come gli “aggiudicatari” e “potenziali aggiudicatari”.

Ne deriva che nella procedura de qua risulta perfezionata anche la fase di aggiudicazione, con la presenza di soggetti “aggiudicatari”.

Sicché, non può in alcun modo dubitarsi circa l’avvenuta manifestazione di una molteplicità di passaggi procedimentali che connotano inequivocabilmente i tratti tipici di una selezione pubblica.

Tanto premesso, avendo riguardo alla lamentata esclusione dell’appellante, il Consiglio di Stato osserva che essa va interpretata non in termini di pretermissione per carenza dei requisiti di partecipazione quanto piuttosto come mancata aggiudicazione, trattandosi di un soggetto destinatario di una valutazione di inidoneità a confluire sia nella lista dei candidati invitati sia nella lista degli interessati “in attesa” e che non vi è rientrato.

Per tale motivo il legale rappresentante della società avrebbe dovuto non limitarsi ad impugnare il suo mancato invito, ma impugnare altresì l’atto conclusivo della procedura.

Ad ogni buon conto, dalla ricezione della comunicazione di esclusione emergeva chiaramente la consequenziale conclusione dei lavori preparatori all’evento fieristico e, da qui, l’imminente redazione della lista “di merito” che, seppur ignorata dal legale rappresentante della società, avrebbe imprescindibilmente dovuto costituire parte integrante delle proprie doglianze nel ricorso introduttivo.

In virtù dei suesposti motivi, il Consiglio di Stato, con la pronuncia in commento, definitivamente pronunciando sull’appello lo rigetta, confermando la declaratoria di inammissibilità del medesimo.