Affissione del Codice disciplinare

La Corte di Cassazione, sez. lav., con la sentenza del 24 febbraio 2017, n. 4826 ha (ri)statuito la piena legittimità del licenziamento intimato al dipendente, anche in assenza della necessaria preventiva affissione del codice disciplinare, laddove il comportamento di quest’ultimo costituisca una violazione di norme penali ovvero del cosiddetto “minimo etico” richiesto nell’espletamento della prestazione lavorativa.

I giudici della Suprema Corte non hanno fatto altro che conformarsi a un principio consolidato secondo cui la pubblica affissione del codice disciplinare non è necessaria per sanzionare condotte del lavoratore contrarie a norme penali o norme di “minimo etico”,  cioè reputate condannabili dal senso comune (già Cass. civ. n. 22626/2013 e n. 1926/2011). Dunque, in tali ipotesi il licenziamento disciplinare è legittimo.

Al contrario, l’affissione del codice è necessaria per illustrare quegli obblighi dei lavoratori che derivino da specifiche prassi aziendali o locali che potrebbero  non essere note agli stessi.

Nel caso specifico, il dipendente di un Ente locale, all’esito del procedimento disciplinare, veniva licenziato per aver registrato la propria presenza sul luogo di lavoro, allontanandosi poco dopo senza alcuna valida motivazione e, soprattutto, senza effettuare la timbratura di uscita.

Il lavoratore impugnava il licenziamento, contestando, tra l’altro, la mancata affissione del codice disciplinare in luogo visibile ed accessibile a tutti.

Soccombente in entrambi i gradi di merito, il dipendente ricorreva in Cassazione.

Atteso che il lavoratore si era allontanato ingiustificatamente dal lavoro senza effettuare la necessaria registrazione e che tale comportamento, insieme a svariati ritardi, era stato posto in essere più volte, i giudici della Corte di Cassazione hanno rigettato il ricorso, confermando la piena legittimità del licenziamento sulla base del principio sopra riportato.