Non è punibile la moglie che insulta il marito in giudizio – Cassaz. n. 18647/2017

Con la sentenza numero 18647/2017 la Corte di cassazione si è pronunciata su una vicenda che vedeva una donna imputata per le parole pronunciate nei confronti del marito in sede di consulenza tecnica di ufficio volta ad accertare la capacità genitoriale dell’uomo, riformando la condanna per diffamazione inflitta dal giudice dell’appello.

Ponendosi in contrasto con quanto ritenuto in secondo grado, infatti, i giudici di legittimità, hanno ritenuto operante nel caso di specie l’esimente di cui all’articolo 598 c.p. che sancisce la non punibilità delle offese contenute in scritti e discorsi pronunciati dinanzi alle autorità giudiziarie o amministrative.

Ai fini dell’operatività dell’art. 598 c.p. è sufficiente che tra l’espressione utilizzata e il tema del procedimento vi sia un collegamento logico-causale, potendosi prescindere da un collegamento obbligato. Il contenuto della norma, in altre parole, va “rapportato alla tesi dialettica, e non alla realtà storica, alla luce della quale valutare la stretta relazione delle frasi utilizzate“.

Ciò vuol dire che il giudice penale, nel valutare l’applicabilità di tale esimente, deve verificare solo che gli argomenti addotti dall’imputato siano logicamente congruenti con la causa petendi, mentre a nulla rileva né la loro idoneità a conseguire il petitum, né la loro necessità. Peraltro non assume alcuna rilevanza neanche il requisito della verità delle affermazioni, poiché non opera l’esimente dell’esercizio del diritto della diffamazione a mezzo stampa, secondo la quale anche l’opinione critica deve avere un fondamento di verità.

La Corte d’appello è quindi chiamata a un nuovo esame.