Lavoratrice madre: possibile il licenziamento se chiude l’intera azienda

Con la sentenza n. 14515 pubblicata lo scorso 6 giugno, la Suprema Corte di Cassazione Sez. lavoro è tornata a pronunciarsi in tema di licenziamento della lavoratrice madre, ribadendo il principio secondo il quale il licenziamento della dipendente, nel periodo c.d. “protetto”, può considerarsi legittimo, in caso di chiusura totale dell’azienda.

L’art. 54 del D.Lgs. n. 151/2001 stabilisce infatti un generale divieto, secondo il quale la lavoratrice non può essere licenziata nel periodo che intercorre tra l’inizio della gravidanza e il compimento del primo anno di età del bambino.

Al terzo comma, l’art. 54 prevede tuttavia alcune eccezioni a tale divieto, tra le quali figura, alla lettera “b)”, l’ipotesi della cessazione dell’attività aziendale alla quale la dipendente è addetta.

Secondo la Corte, tuttavia, tale eccezione dev’essere interpretata in modo assai rigoroso, non essendo suscettibile di un’interpretazione estensiva o analogica.

Nel caso in commento, il licenziamento irrogato alla lavoratrice – appena divenuta madre – era stato dichiarato nullo in secondo grado; la società datrice di lavoro ricorreva in Cassazione, asserendo che l’esclusione del divieto debba operare non solo quando venga a cessare totalmente l’attività aziendale, ma anche quando vi sia una chiusura del solo ramo/settore aziendale nel quale è impiegata la dipendente.

Di diverso avviso la Corte, che ha rigettato il ricorso del datore, confermando l’illegittimità del licenziamento; gli Ermellini hanno infatti ribadito il proprio orientamento, secondo cui la deroga di cui al comma 3, lettera b) dell’art. 54 – trattandosi di una fattispecie normativa di stretta interpretazione – opera solo in caso di cessazione dell’intera attività aziendale, con la conseguenza che non potrà essere applicata ai casi di chiusura di un singolo reparto, sebbene autonomo.