Corruzione tra privati: la riforma

E’ stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n.75 del 30.03.2017 il Decreto Legislativo del 15 marzo 2017 n. 38 che ha dato attuazione alla delega prevista dall’art. 19 della legge n.170 del 2016, recependo la decisione quadro 2003/568/GAI del Consiglio dell’Unione Europea, adottata il 22 luglio 2003 relativa all’intensificazione della lotta contro la corruzione nel settore privato.

Corruzione tra privati ante riforma

L’aspetto privatistico della fattispecie corruttiva è disciplinato dal nostro codice civile all’art.2635 che, prima della riforma in commento, sanzionava – “salvo che il fatto costituisca più grave reato” – due forme di corruzione passiva: la prima era prevista per i c.d. soggetti apicali (amministratori, direttori generali, dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, sindaci e liquidatori) che, in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o degli obblighi di fedeltà, compivano od omettevano atti a seguito della dazione o della promessa di denaro o di latra utilità, per sé o per altri, cagionando nocumento alla società (fattispecie punita con la reclusione da uno a tre anni, ex art. 2635, comma 1, c.c.); la seconda per i sottoposti alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti sopra indicati che commettevano il medesimo fatto di cui al comma 1 (ex art. 2635, comma 2, c.c., sanzionata con la pena della reclusione fino a un anno e sei mesi).

Il terzo comma dell’art. 2635 c.c. (corruzione attiva) puniva – con le medesime sanzioni previste per la corruzione passiva – chi dava o prometteva denaro o altra utilità ai soggetti indicati nel primo e nel secondo comma.

Le disposizioni di cui al comma 4, in base al quale le pene previste nei commi precedenti sono raddoppiate se tali condotte interessino società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altri Stati dell’Unione europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell’articolo 116 del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, e al comma 5, secondo cui i reati di corruzione tra privati sono perseguibili a querela della persona offesa – salvo che dal fatto derivi una distorsione della concorrenza nella acquisizione di beni o servizi – non sono state modificate dal d.lgs. n. 38/2017.

Infine, il comma 6, art. 2635 c.c., prevedeva che la misura della confisca  per equivalente non potesse essere inferiore al valore delle utilità o promesse.

Le modifiche apportate dalla riforma

Il d.lgs. n. 38/2017 ha apportato profonde modifiche al testo dell’art. 2635 c.c., oltre ad aver introdotto il nuovo reato di istigazione alla corruzione tra privati (art. 2635 bis c.c.) e l’art. 2635-ter c.c. con il quale vengono disciplinate le pene accessorie.

In particolare, per quanto riguarda il reato di corruzione tra privati ex art. 2635 c.c., la riforma prevede un ampliamento dell’area di punibilità della fattispecie mediante:

  • Estensione del novero dei soggetti attivi tipici includendo, tra gli autori del reato, non solo coloro che rivestono posizioni apicali di controllo o di amministrazione, ma anche coloro che svolgono l’esercizio di funzioni direttive presso società o enti privati;
  • Introduzione del riferimento all’indebito vantaggio per sé o per altri (denaro o altra utilità “non dovuti”);
  • Ampliamento delle condotte attraverso le quali si perviene all’accordo corruttivo: nella corruzione passiva viene inclusa la sollecitazione del denaro o di altra utilità non dovuti da parte del soggetto ”intraneus”, qualora ad essa segua la conclusione dell’accordo corruttivo mediante promessa o dazione di quanto richiesto; ed estesa la fattispecie di corruzione attiva all’offerta delle utilità non dovute da parte dell’extraneus, qualora essa venga accettata dal soggetto “intraneus”;
  • Ampliamento delle modalità della condotta: sia nell’ipotesi attiva che passiva viene prevista la possibilità di commettere il reato anche per interposta persona;
  • Modifica del sesto comma con l’aggiunta, alle espressioni “utilità date o promesse”, delle parole “o offerte”;
  • Eliminazione, dal testo dell’art. 2635 c.c., del riferimento alla necessità che la condotta cagioni nocumento alla società.

Quanto all’introduzione della nuova fattispecie di cui all’art. 2635 bis c.c. “Istigazione alla corruzione tra privati”, sotto il profilo attivo la norma punisce, al comma 1, chiunque offra o prometta denaro o altre utilità non dovuti ad un soggetto intraneo al fine del compimento od omissione di atti in violazione degli obblighi inerenti il proprio ufficio o degli obblighi di fedeltà, nel caso in cui l’offerta o la promessa non sia accettata; sotto il profilo passivo, invece, il comma 2, art. 2635 c.c., prevede la punibilità dell’intraneo che solleciti, anche per interposta persona, una promessa o dazione di denaro o altra utilità, al fine del compimento o dell’omissione di atti in violazione dei medesimi obblighi, qualora tale sollecitazione non sia accettata (art. 2635-bis, comma 2, c.c.). Resta ferma la procedibilità a querela della persona offesa.

Di particolare rilevanza è il regime sanzionatorio introdotto dal d.lgs. n. 38/2017 con il nuovo articolo 2635 ter c.c. che prevede, in caso di condanna per il reato di cui all’art. 2635, comma 1, c.c., anche la sanzione accessoria dell’interdizione temporanea dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese di cui all’art. 32 bis c.p. nei confronti di chi sia stato già condannato per il medesimo reato.

Infine, è da notare che la riforma introduce modifiche, sotto il profilo sanzionatorio, anche all’art. 25 ter, comma 1, lett. s-bis, del d.lgs. 231/2001, prevedendo la possibilità di applicare, per i casi di corruzione attiva tra privati  (art. 2635, comma 3, c.c.) ed istigazione alla corruzione (art. 2635 bis, comma 1, c.c.), oltre alla sanzione pecuniaria, da quattrocento a seicento quote nel primo caso e da duecento a quattrocento quote nella seconda ipotesi, anche le sanzioni interdittive di cui all’art.9, comma 2, d.lgs. 231/2001.